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martedì, Dicembre 7, 2021
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Cantele, una storia di famiglia

La storia dell’azienda Cantele inizia con una migrazione al contrario: nel 1950 Giovanni Battista Cantele, commerciante di vini nel nord Italia e la moglie Teresa Manara decidono di lasciare Imola per trasferirsi nel Salento, la terra che li aveva irresistibilmente conquistati in occasione di un viaggio di lavoro. Nel 1979, appena conseguito il diploma in Enologia a Conegliano Veneto, il figlio Augusto compra i primi vigneti a Guagnano dove fonda l’azienda con il fratello Domenico dando così inizio a una appassionante storia di imprenditoria di famiglia. Nel 2001 la guida passa alla terza generazione: Gianni e Paolo figli di Augusto, insieme a Umberto e Luisa figli di Domenico, portano avanti il sogno e l’intuizione lungimirante dei loro padri e dei loro nonni. A loro si deve la nuova cantina che viene costruita nel 2003, riprendendo i criteri architettonici tipici delle antiche masserie pugliesi. Intervista a Paolo Cantele.

La parola d’ordine del vignaiolo moderno è “ambiente”. In cosa si traducono le vostre buone pratiche?
Nei vigneti di famiglia e in quelli dei viticoltori della nostra filiera, la difesa integrata è prassi consolidata da diversi anni, andando anche molto più in la di quanto prevedono le norme nazionali e regionali. Abbiamo ormai bandito il diserbo chimico, sostituito da lavorazioni meccaniche e zappettature manuali e la lotta alla tignoletta è condotta con l’ausilio della confusione sessuale e dell’uso di antagonisti biologici. Ci piace molto il concetto della lutte raisonnée, ma non escludiamo il bio per il futuro. In cantina mettiamo in pratica protocolli per il risparmio idrico, quasi la metà del nostro fabbisogno elettrico è soddisfatto da fotovoltaico posizionato sui tetti della nostra cantina, siamo stati fra i primi utilizzatori in Italia di chiusure sintetiche fatte con materiali di origine vegetali.

Dal 2004 Cantele è partner del progetto New Wine a fianco di enti istituzionali: in cosa consiste?
Abbiamo sempre creduto nella ricerca e nel grande vantaggio di collaborare con Università e CNR sui temi del miglioramento della qualità della vinificazione. Nel 2004 abbiamo contribuito a mettere in pratica approcci innovativi per contrastare in vigna l’insorgenza di muffe potenziali produttrici di micotossine, dal 2008 al 2011 siamo stati partner di InnoWine, progetto di ricerca con il quale è stato isolato e selezionato dalle nostre uve di negroamaro un interessantissimo ceppo di Saccharomices cerevisiae, oggi elemento caratterizzante per alcuni dei nostri vini. Il progetto NewWine ci ha consentito di acquisire competenza nella produzione di vini con totale assenza di solfiti, aggiunti o prodotti, ottenuti attraverso inoculo sequenziale di differenti ceppi di lievito e batteri lattici, con risultati estremamente interessanti anche dal punto di vista della sicurezza alimentare. È certamente un argomento che ci impegnerà ancora nel prossimo futuro.

La bella stagione è arrivata e in tutta Italia sono riprese le visite in cantina: come vi state attrezzando?
Abbiamo sempre creduto nella grande potenzialità del wine tourism nel nostro territorio tanto da attrezzare la cantina nel miglior modo possibile al fine di far vivere agli appassionati che vengono a trovarci un’esperienza completa che inizia dalla visita nei vigneti e si conclude con una degustazione o un pranzo presso il nostro “laboratorio sinestetico” iSensi, una “stanze delle idee” che ospita l’arte in tutte le sue forme, ma soprattutto in un viaggio artistico e gastronomico unico con preparazione di piatti ispirati alle tipicità del territorio, la cui freschezza delle materie prime è sempre legata alla stagionalità.

La vostra produzione si concentra sugli autoctoni, con una eccezione: lo chardonnay…
È una “anomalia” che ci piace considerare una caratteristica distintiva molto forte per la nostra azienda. Tanto più che i vini prodotti da questo vitigno portano il nome di una donna importantissima per la storia della nostra famiglia, Teresa Manara. Augusto, suo figlio, è stato pioniere nel cambio di approccio viticolo ed enologico per questa varietà in Puglia, trasformando vigneti messi a dimora per ottenere basi per vermuth e spumanti da prezzo, in perfetti esempi di quanto lo chardonnay fosse un perfetto globetrotter delle produzioni premium, adattandosi bene a qualsiasi latitudine, esprimendosi con personalità non comuni soprattutto nella fermentazione in barrique. Oggi con il Teresa Manara vendemmia tardiva, che porta in etichetta la data di raccolta delle uve, raccontiamo anche la passione, la preparazione e la voglia di sfidare i cambiamenti climatici che il nostro agronomo Cataldo Ferrari mette in campo da quando abbiamo condiviso il progetto del “ritorno al passato”, con maturazioni più decise come a inizio anni novanta del secolo scorso, gestione della chioma mirata alla salvaguardia della acidità e del colore. Il risultato è entusiasmante, anche se ogni tanto i nuvoloni di settembre ci fanno pensare a quanto siamo matti!

LA DEGUSTAZIONE

Teresa Manara
Chardonnay vendemmia tardiva
Nuance dorate nel calice. Naso evoluto, frutta matura anche tropicale addolcita da un manto speziato che chiude con evidenti note salmastre. Bocca morbida, sapidità bilanciata da una bella spalla acida. Retrolfatto coerente e grande profondità e persistenza nella beva.

Rohesia rosato
Negroamaro del Salento
Colore rosa chiaretto, profumo intenso di frutti croccanti tra cui spicca la ciliegia. Chiude con una lieve nuance vegetale. Bocca di grande freschezza e retrolfatto fruttato propongono un assaggio coerente e molto gradevole.

Amativo
Primitivo e Negroamaro del Salento
Frutti rossi maturi, prugna, macchia mediterranea e note balsamiche sono solo alcuni dei sentori che irrompono all’olfatto di questo vino di colore rubino compatto, impenetrabile. In bocca è fresco, morbidissimo, dai tannini levigati e chiusura lievemente amarognola. Un vino importante, da sorseggiare con calma, di grande persistenza.

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